Ivan Paterlini, Daniele Ribola
Creazione e mal-essere
Quando la solitudine diventa arte

di Marco Manzoni

In una conversazione a tre, con Ivan Paterlini e Daniele Ribola, psicoterapeuti a orientamento junghiano, saggisti di libri di grande interesse e significativi studiosi della espressività artistica, vengono approfonditi i temi cruciali presenti nel libro “Creazione a mal-essere. Quando la solitudine diventa arte”, Moretti & Vitali 2025, di cui è curatore chi scrive. Sull’onda del racconto nel libro di vicende di grandi artisti e letterati che nella loro esistenza hanno vissuto un’intensa relazione tra disagio esistenziale, solitudine e creazione artistica ci si interroga se possa esserci – paradossalmente –

Ivan Paterlini, Daniele Ribola
Creazione e mal-essere
Quando la solitudine diventa arte

63′, 2026

la possibilità, anche per la persona comune che genio non sarà mai, di una trasmutazione di una condizione esistenziale difficile nella ricerca della propria fonte creativa rimasta fino a quel momento ignota.

Senza per questo mitizzare né la figura dell’artista maledetto, né il mal-essere come precondizione di una creatività individuale, ma cercando di esplorare il misterioso nesso che spesso lega sofferenza psichica e arte, e avendo peraltro consapevolezza che la condizione di solitudine e di ascolto della propria interiorità paiono essere condizioni umane che favoriscono un accesso alla propria espressività. Il secondo interrogativo presente nella conversazione è relativo alla nostra contemporaneità. È possibile immaginare che proprio da questo nostro tempo, così attraversato da forme diverse di disagio esistenziale e sociale, possa scaturire – proprio a partire da queste crisi, compresa la crisi sempre più evidente crisi dei valori sia etico laici sia religiosi, – la creazione di un nuovo senso non solo individuale ma collettivo? Fotografando il momento attuale del mondo e dell’uomo questa è certamene una visione utopica, ma pur necessaria se si vuole immaginare un futuro non distruttivo per l’uomo e il pianeta che ci ospita.

Una visione che simbolicamente riprende la profetica frase del poeta Holderlin “Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Una nuova creazione di senso che fuoriesca proprio paradossalmente dal malessere individuale e collettivo che deriva anche dalla mancanza di un senso condiviso dell’esistenza. Un senso che, negli auspici di chi scrive, si orienti verso una nuova e inedita evoluzione dell’umanesimo laico e cristiano, con però la discontinuità di una relazione non più di dominio, ma di fraternità e cooperazione con le altre forme viventi non umane presenti sulla Terra. Un umanesimo non antropocentrico, fertile, creativo, aperto al dialogo e che tiene insieme le diversità etniche, culturali, artistiche.